L'AI è la prima causa citata dei licenziamenti del 2026. Nella tua azienda, la colpa ha il nome giusto?

Il 25 luglio 2026 TechCrunch ha aggiornato la lista delle aziende tech che licenziano «per l'AI». C'è un dato serio di Challenger e un ribaltamento: nei due tagli più grandi dell'anno la parola AI non compare. Quello che una PMI dovrebbe portarsi a casa non sono i numeri delle big tech, ma la tentazione che raccontano.

L'AI è la prima causa citata dei licenziamenti del 2026. Nella tua azienda, la colpa ha il nome giusto?

<div>Il 25 luglio 2026 TechCrunch ha aggiornato la sua lista delle aziende tech che nel 2026 hanno dato la colpa all'AI per i licenziamenti. Il titolo lo dice da solo: «Monday.com è l'ultima azienda a incolpare l'AI dei tagli, ecco le altre venti». Monday.com ha mandato a casa circa 600 persone, un quinto della sua forza lavoro, parlando di una svolta «AI-first». Dietro i singoli nomi c'è un dato serio, e a metterlo nero su bianco è la società di ricollocamento Challenger, Gray &amp; Christmas: nel primo semestre 2026 il tech americano ha perso circa 140.000 posti, e <b>per quattro mesi di fila l'AI è stata la prima motivazione ufficialmente citata per i tagli.</b></div>
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<div>La parte che finisce nei titoli è quella grossa: l'AI che si mangia i posti di lavoro, la lista che si allunga ogni settimana. Il segnale utile per chi manda avanti un'azienda sta nel rovescio di quel dato, e quasi nessuno lo racconta. Perché «citata» non vuol dire «causata», e appena apri la lista caso per caso la storia cambia.</div>
<div><h2>Nel taglio più grande dell'anno, la parola AI non c'è</h2></div>
<div>Prendi i due tagli più grossi della classifica. Amazon a gennaio 2026 ha eliminato 16.000 posti corporate, e nel memo ufficiale il capo Andy Jassy parlava di «ridurre la burocrazia», non di intelligenza artificiale. Oracle ne ha tagliati 21.000, e la stessa Challenger l'ha esclusa dal suo conteggio dei licenziamenti «per l'AI», perché l'azienda l'AI non l'ha mai nominata. I due tagli più grossi dell'anno, quelli che reggono la classifica, con l'AI all'origine non c'entrano.</div>
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<div>C'è poi un numero che smaschera il gioco meglio di ogni altro. Sul totale dei licenziamenti che Challenger monitora in tutti i settori, la quota attribuita all'AI è passata dal 7% di gennaio a circa il 40% di maggio. <b>In cinque mesi la tecnologia è cambiata poco. A correre, in fretta, è stata la narrazione.</b> Sam Altman, che l'AI la vende, lo ha detto senza girarci intorno: «quasi ogni azienda che licenzia dà la colpa all'AI, che sia davvero per l'AI o no». Gli analisti di Deutsche Bank l'hanno battezzata «AI washing».</div>
<div><h2>Perché «colpa dell'AI» è la scusa perfetta</h2></div>
<div>L'etichetta funziona perché copre un guaio più vecchio dell'AI. Molte di queste aziende hanno assunto troppo negli anni della pandemia, poi sono arrivati i conti da far quadrare: costi da tagliare, tassi alti, e investitori da tenere buoni mentre si spendono cifre enormi in data center. Le stesse che licenziano «per l'AI» stanno mettendo circa 700 miliardi di dollari nell'infrastruttura AI. Come sintetizza la società di analisi Revelio Labs, in molti casi il costo del personale viene semplicemente spostato: dallo stipendio all'investimento in macchine, senza che un software stia davvero facendo quel lavoro oggi.</div>
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<div>E spesso quel software non c'è ancora. Peter Cappelli, che studia il lavoro alla Wharton, lo dice netto: nei comunicati la formula è sempre al futuro, «ci aspettiamo che l'AI lo copra». Quel lavoro, oggi, l'AI non lo sta ancora facendo, e lui lo riassume così: «non l'hanno fatto, stanno solo sperando». Il licenziamento vero da automazione esiste, però è piccolo e concentrato su mansioni ripetitive: un pezzo di customer care, un po' di programmazione, le circa 200 posizioni di risorse umane di routine che IBM ha rimpiazzato con agenti AI. <b>Il resto, per ora, è una scommessa sul futuro pagata dai lavoratori di oggi.</b></div>
<div><h2>La stessa tentazione entra da te, più in piccolo</h2></div>
<div>In una PMI metalmeccanica del riminese il titolare mi dice, con i giornali aperti sul tavolo: «taglio due persone dall'ufficio ordini, tanto adesso l'AI fa da sola». Ci sediamo, e l'AI che avrebbe dovuto sostituirle non esisteva: nessun sistema al lavoro, solo un trimestre di ordini fiacchi che pesava sul bilancio. <b>La parola AI era la copertina elegante di un problema di domanda.</b> Abbiamo tenuto le persone, automatizzato solo la compilazione dei documenti di trasporto e le bozze dei preventivi, misurato per sei settimane, e spostato una risorsa sui solleciti.</div>
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<div>Chiamarlo «taglio per l'AI» gli sarebbe costato caro due volte. Fuori, come alle big tech, dove gli economisti hanno ormai imparato a smontare quella storia. Dentro, con gli altri in ufficio che pensano «il prossimo sono io, mi sostituisce una macchina» e cominciano a guardarsi intorno. Klarna, che il customer service l'aveva tagliato davvero «con l'AI», dopo il crollo della soddisfazione dei clienti è tornata in parte indietro e ha riassunto: una piccola azienda, quel giro indietro, non se lo può permettere.</div>
<div><h2>Cosa farei domattina</h2></div>
<div>Prima di legare una decisione sul personale all'AI, anche solo nella tua testa, fai una prova di sincerità. Su un foglio scrivi tre cose vere: il motore reale di quella scelta, il calo di commesse o il costo di quel reparto; se l'automazione di quel lavoro gira già oggi da sola, dall'inizio alla fine, e non «la stiamo provando»; e cosa succede al servizio ai clienti senza quella persona. Se la decisione regge solo con l'etichetta «AI» attaccata sopra, è un alibi, e lo stai raccontando prima di tutto a te stesso. La regola che lascio è secca: <b>nomina l'AI in una scelta sul personale solo quando l'agente che fa quel lavoro è già maturo e acceso, non quando lo speri.</b> E se vuoi davvero far fare un pezzo alla macchina, parti al contrario delle big tech: automatizza un solo processo ripetitivo e circoscritto, e <a href="/blog/chi-costruisce-lagi-chiede-di-collaudarla-e-tu-usi-lai-a-scatola-chiusa">misuralo per un ciclo intero</a>. Se regge, sposta le persone sui compiti che valgono di più e lascia che il reparto si ridimensioni da sé, con chi va in pensione o cambia lavoro, senza un annuncio a effetto. L'AI, nel 2026, si è presa la colpa di quasi un licenziamento su quattro in tutti i settori americani. Nella tua azienda, la prossima volta, guarda chi manda avanti il lavoro davvero: se è una persona, tienile il nome sulla porta.</div>
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<div><i>(Fonte: TechCrunch, «Monday.com is the latest tech company to blame AI for layoffs: here are 20 others», di Rebecca Bellan e Connie Loizos, 25 luglio 2026; dati aggregati da Challenger, Gray &amp; Christmas, report layoff di giugno 2026.)</i></div>

Domande frequenti

Quindi l'AI non fa perdere posti di lavoro?

Una parte reale c'è, ed è onesto dirlo: alcune mansioni ripetitive vengono davvero automatizzate, dal primo livello del customer care a pezzi di programmazione, fino alle circa 200 posizioni di risorse umane di routine sostituite da agenti in IBM. Quella parte però è piccola e circoscritta. Il grosso di quello che nel 2026 viene chiamato «taglio per l'AI» è narrazione, riallocazione di budget verso l'infrastruttura o mancato rimpiazzo di chi se ne va, molto più che una macchina che prende il posto di una persona.

Nella mia PMI non licenzio «per l'AI», quindi non mi riguarda.

Ti riguarda la tentazione inversa. Usare l'AI come giustificazione di una decisione presa per altri motivi (costi, calo di commesse, una riorganizzazione che avevi già in testa) ha due prezzi. Fuori spacci una storia che il mercato ha imparato a smontare, dentro spaventi chi resta, che inizia a pensare «il prossimo sono io». In una squadra piccola, quella sfiducia si paga subito.

Come capisco se il mio è un taglio «vero da AI» o un alibi?

Con una domanda secca: l'automazione di quel lavoro gira già oggi da sola, dall'inizio alla fine? Se la risposta è «no» o «la stiamo provando», la causa della tua decisione è un'altra, ed è più sana chiamarla col suo nome. Nomina l'AI solo quando l'agente che fa quel compito è già maturo e in funzione, non quando lo stai ancora sperando.