L'AI ce l'hanno tutti. Perché non la usa nessuno?

Il 3 settembre Benedict Evans ha descritto in una riga quasi tutte le aziende che incontriamo: l'assistente dato a tutti, un piccolo gruppo che lo usa parecchio e tutti gli altri praticamente mai. Dove si ferma davvero, e le quarantasei ore che non stanno in nessun preventivo.

L'AI ce l'hanno tutti. Perché non la usa nessuno?

<div>Il 3 settembre 2026 Benedict Evans, che analizza le piattaforme tecnologiche da vent'anni, ha pubblicato un pezzo su come l'intelligenza artificiale entra davvero dentro le aziende. In mezzo c'è una riga che descrive quasi tutte quelle che incontriamo: ogni grande impresa ha dato un assistente a tutti, e da lì <b>un piccolo gruppo lo usa parecchio, un gruppo più largo un paio di volte a settimana, tutti gli altri praticamente mai</b>.</div>
<div>L'analisi gira come un pezzo per chi costruisce software, e a quel livello lo è. Per chi manda avanti un'azienda la parte utile arriva nella riga dopo, dove Evans scrive che quel risultato è in parte una questione di formazione e di gestione del cambiamento, e soprattutto è lo stesso identico problema che avresti avuto dando a tutti un personal computer e un foglio di calcolo nel 1983.</div>
<div><h2>La parte difficile non è costruire lo strumento</h2></div>
<div>L'idea che gira in questi mesi è che l'AI trasformi chiunque in un costruttore di strumenti: chiedi al modello e lui ti fa il programma che ti serve, senza scrivere una riga di codice.</div>
<div>Evans risponde che quasi nessuno ragiona così, e la capacità non c'entra. Un bravo avvocato passa la giornata sui suoi casi e sui suoi clienti, non a immaginare come sarebbe fatto un buon software per il suo studio.</div>
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<div><b>La parte difficile è accorgersi che ti serve uno strumento e capire cosa deve fare</b>, mentre costruirlo, adesso, è diventata la parte facile.</div>
<div>E anche quando l'hai capito resta il pezzo che nessuno mette in conto, poiché quel lavoro tocca cinquanta o cinquecento persone, tre reparti e due gestionali, e tu da solo non puoi cambiare il modo in cui lo fanno tutti gli altri.</div>
<div><h2>Quello che si vede quattro mesi dopo</h2></div>
<div>A settembre abbiamo chiuso la verifica di adozione di un gruppo industriale che seguiamo da inizio anno: quattro-sei mesi dopo i workshop, tredici reparti su quattordici hanno risposto.</div>
<div>Quello che discrimina non ha a che vedere con la competenza né con l'entusiasmo, e riguarda invece quanto è corta la catena di permessi fra la persona e il primo risultato.</div>
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<div>Dove non c'era nessun permesso da chiedere l'AI è entrata; dove serviva un acquisto o il via libera di un altro reparto si è fermata, tanto che <b>cinque righe su tredici dipendevano dalla stessa valutazione economica ferma in direzione</b>.</div>
<div>Due frasi loro dicono il resto meglio di qualsiasi analisi. La prima: «Il sistema proposto è un vero e proprio progetto, non solo l'utilizzo di un Tool», per cui in aula sembrava una dimostrazione e fuori era un cantiere, che è poi la ragione per cui <a href="/blog/il-modello-da-solo-non-e-piu-il-prodotto-la-lezione-di-kimi-k3">lo strumento da solo non è mai il prodotto</a>.</div>
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<div>La seconda: «con gamma app non riesco, o meglio non capisco come procedere», cioè quattro mesi di blocco su una cosa che si risolveva in mezz'ora a schermo condiviso, se solo ci fosse stato un posto dove chiederlo.</div>
<div>Nello stesso giro la logistica ha ampliato l'uso da sola e lo ha passato a un collega senza chiedere nessuna sessione. Quello è il segnale che conta, poiché dimostra che l'impianto regge anche quando il consulente non c'è.</div>
<div><h2>Le quarantasei ore che non stanno in nessun preventivo</h2></div>
<div>Il 4 settembre il titolare di un'altra azienda, subito dopo un complimento, ci ha scritto una cosa che nessuno gli aveva chiesto: lui e una collega avevano dedicato <b>quarantasei ore</b> al progetto, imparando molto.</div>
<div>Tolte le dodici ore d'aula in due, restano trentaquattro ore di lavoro loro fuori dall'aula. Quasi tre ore di azienda per ogni ora di formazione.</div>
<div>È il numero che manca in ogni discorso sull'adozione, e spiega perché distribuire le licenze non produce quasi niente: il costo vero sono le ore delle persone, e la licenza è la voce più piccola della lista. Chi quelle ore non le mette resta fermo, e chi le mette ha diritto di sapere quante sono prima di cominciare.</div>
<div><h2>L'onestà su questa storia</h2></div>
<div>Il pezzo di Evans è un'analisi e non uno studio. Le proporzioni d'uso che descrive non hanno un numero accanto né una fonte citata, quindi valgono come l'osservazione di qualcuno che frequenta quelle aziende da vent'anni.</div>
<div>Un dato lo dà sui progetti pilota, e va riportato per intero: circa la metà funziona, e secondo lui è del tutto normale, dato che è esattamente per quello che si chiamano pilota.</div>
<div>I due casi italiani qui sopra sono nostri, quindi non siamo osservatori neutrali. E le quarantasei ore restano il dato di un cliente solo: servirebbero tre o quattro aziende prima di poterne parlare come ordine di grandezza.</div>
<div><h2>Cosa farei domattina</h2></div>
<div>Vai nel reparto dove l'AI si usa meno e fai una domanda sola a chi ci lavora: qual è la cosa che rifai identica più spesso in una settimana, e quanti minuti ti porta via ogni volta. Evita di chiedere cosa vorrebbero automatizzare, perché quella domanda non ha mai una risposta. Scrivi i minuti su un foglio, prendi la voce più alta e dai a una persona il permesso di provarci per due ore, senza nessun acquisto da approvare. Fra trenta giorni rimisura quei minuti. <b>Se nessuno sa dirti quanto dura la cosa che fa tutti i giorni, il problema non era la licenza.</b></div>
<div><i>(Fonte: Benedict Evans, «AI, tools and transformation», ben-evans.com, 3 settembre 2026.)</i></div>

Domande frequenti

Abbiamo comprato le licenze per tutti. Le disdiciamo?

Prima si guarda chi le usa davvero, e sui piani aziendali quel dato lo vedi dal pannello di amministrazione. Quello che di solito emerge è che due o tre persone le usano ogni giorno e le altre le hanno aperte una volta. La mossa utile non è tagliare subito, poiché rischi di togliere lo strumento proprio a chi stava per partire: si sceglie un reparto solo, gli si dedicano due mezze giornate sui suoi processi veri e si guarda cosa succede in trenta giorni. Se dopo quel giro l'uso resta a zero, allora la licenza si sposta su chi la userà.

Non basta un corso a tutta l'azienda per partire?

Serve, e da solo produce entusiasmo che dura una settimana. Nelle aziende che seguiamo la sessione introduttiva a tutti funziona per far cadere le resistenze e per mettere la stessa parola in bocca a tutti, poi però il lavoro vero si fa reparto per reparto sui compiti che quelle persone hanno davvero in settimana. La differenza si misura in una cosa sola: quante procedure sono state riscritte e sono ancora in uso dopo tre mesi. Se il corso non lascia almeno una procedura per reparto, ha lasciato solo appunti.

Quanto tempo dobbiamo metterci noi?

Più di quanto viene detto quasi sempre, ed è meglio saperlo prima. Il caso che abbiamo misurato dice quasi tre ore di lavoro interno per ogni ora d'aula, spese in gran parte da due persone che raccolgono i file, provano le procedure sui casi veri e correggono. Vale per un percorso su più reparti e non è una media di settore. La domanda da fare a chiunque vi proponga un progetto AI è esattamente questa, e la risposta «poche, ci pensiamo noi» descrive un progetto che finirà in un cassetto.